Il sindaco Cassì ha deciso di intervenire sul caso dell’ex Ancione solo quando ormai messo alle strette dalle critiche. Una scelta legittima, certo, ma forse sarebbe stato meglio tacere. Insomma: il risultato è stato quello di essere puntualmente smentito non solo da Vincenzo Cascone, ma anche dalle decine e decine di persone che hanno visitato il sito e il progetto Bitume, hanno fruito delle opere e ne hanno lasciato testimonianze entusiaste.
Perché è proprio così che la versione di Cassì viene demolita, senza neanche bisogno delle ruspe. Cassì descrive opere “poco note”, quasi clandestine, e una fruizione limitata da problemi di sicurezza. Cascone replica con chiarezza: visite partecipate, pubblico numeroso, interesse diffuso ben oltre i confini locali. Soprattutto riporta l’assenza di contatti, confronto o tentativi di salvaguardia. Non una telefonata dal Comune, non un’interlocuzione con il curatore del progetto, nemmeno a fronte dell’imminenza delle demolizioni.
E c’è un altro punto che il sindaco continua a non cogliere, con una pervicacia preoccupante. Il suo dispiacere per la perdita delle opere, ribadito più volte, è fuori fuoco rispetto al cuore del dibattito. Qui non si tratta – o non si tratta più – di alcune installazioni di street art. Quelle opere rappresentano una parte della questione, ma il tema vero è molto più ampio e riguarda la conservazione della memoria di ciò che è stata la nostra città, che la ex fabbrica Ancione incarnava in pieno. Riguarda, principalmente, una visione culturale che oggi appare ferma, priva di prospettiva, incapace di immaginare spazi, funzioni e modalità di fruizione contemporanee.
D’altra parte, cosa ci si può aspettare da un’amministrazione che arriva a chiamare lo spazio polifunzionale di via Matteotti un “Centro COMMERCIALE Culturale”? Una formula che tradisce un’impostazione più attenta alla logica dello spazio da riempire in qualsiasi modo che a quella del luogo da costruire con una prospettiva.
La questione è politica. Perché è evidente che il problema non riguarda ciò che non si poteva fare, ma ciò che non si è voluto fare. Le strade c’erano: si poteva attivare un percorso di tutela con la Soprintendenza, si poteva intervenire con strumenti urbanistici per orientare il progetto, si potevano cercare fondi e partnership per trasformare quell’area in un polo di rigenerazione culturale, etc.
Non era necessario acquistare tutto, non servivano milioni impossibili. Serviva una visione. Serviva la volontà di riconoscere che l’ex Ancione non era solo un’area dismessa, ma un pezzo importante della memoria industriale della città, già diventato – grazie a Bitume – uno spazio culturale capace di generare interesse, partecipazione e difendere l’identità ragusana.
In tutta Italia, esperienze analoghe dimostrano che la rigenerazione è possibile quando c’è una regia pubblica capace di orientare e non subire i processi. Penso alla ex Ansaldo a Milano, le ex officine ferroviarie di Torino, il ChorusLife a Bergamo, la ex cimatoria Campolmi a Prato… Tutti progetti straordinari che hanno trasformato cimiteri industriali in vita. A Ragusa, invece, si è scelto di restare alla finestra. Di non costruire alcuna alternativa. Di non aprire alcun tavolo. Di non informare nemmeno la città su ciò che stava accadendo
Ovviamente, gli esempi di prima si sarebbero potuti replicare – opportunamente ridimensionati – con la ex fabbrica Ancione, ma anche all’ex Mulino Curiale.
Immaginate cosa sarebbero potuti diventare questi due luoghi se rivalutati con residenze per artisti… Certo, mi rendo conto che proporre una cosa del genere a Ragusa è avanguardia pura.
E allora la domanda resta lì, inevasa: quale è stata la visione politica dell’amministrazione in questi mesi? Perché non tentare nulla? Perché intervenire solo oggi, quando tutto è già compromesso? Solo perché il malcontento è tale da imporre una presa di posizione pubblica? E quale è stata la visione culturale della città in questi otto anni di amministrazione Cassì?
Quella che viene raccontata come una vicenda inevitabile è, in realtà, l’ennesima occasione mancata. E la perdita che oggi si consuma non è soltanto quella di alcune opere o di un sito industriale, ma quella di un’idea diversa di città.
Una perdita che ha una definizione precisa: malafiùra.
Nella foto, una cinquantina di persone in visita – segretamente? – alla ex Ancione progetto Bitume.
